
Cercando di riassumere il senso di un’esperienza come quella di Charleville, mi sono resa conto di quanto essa si misuri prendendo in esame il prima, il durante e il dopo.
PRIMA
Come molti di noi, sono partita con una grande quantità di obiettivi. Volevo approfondire l’esperienza di un grande festival internazionale, provando a mettere a frutto le considerazioni derivate dalla mia partecipazione, l’anno passato, all’analogo progetto sostenuto dalla Regione Piemonte al Festival Chalon dans la Rue. Avevo ora l’occasione di sperimentare i cambiamenti introdotti nello spettacolo dopo la prima esperienza francese (in particolare, l’introduzione della figura dell’Imbonitore, fuori dalla scatola). Mi interessava vedere al lavoro altre compagnie che utilizzano la mia poco diffusa tecnica teatrale; recuperare materiali e informazioni sui Festival negli altri paesi; vedere più spettacoli possibilie e capire quali siano le possibilità creative e quali i criteri di produzione per le compagnie nelle altre realtà; proporre il mio spettacolo in un contesto estremamente ampio e variegato, per raccogliere impressioni e suggerimenti, uscendo dal rassicurante giardino di casa; far conoscere all’estero il mio lavoro e cercare nuovi agganci per la sua diffusione. Sapevo che tutte queste cose sarebbero dovute accadere quasi simultaneamente, perché una settimana passa in fretta, soprattutto in una manifestazione di tale portata. Era dunque necessario il massimo della concentrazione e della presenza. Prima della partenza ho, inoltre, fatto un importante lavoro di sistemazione del materiale relativo al mio spettacolo. Sembrerà scontato, ma lo sforzo di ragionare in termini più ampi ed incisivi è stata già una buona palestra. Riassumere efficacemente il proprio percorso artistico, restando tuttavia “leggeri” e lavorando, dal punto di vista grafico, per lasciare il segno e distinguersi anche solo nel mare di locandine e affiche che tappezzano la città, è pratica poco diffusa in un contesto come quello italiano, nel quale gli eventi hanno portata decisamente inferiore, ed è più facile attirare pubblico e operatori.
DURANTE
La prima piacevole sorpresa attende me e le mie pulci all’arrivo a Charleville. Troviamo, infatti, ad attenderci il responsabile di tutti gli spettacoli (sezione In) nei luoghi pubblici, pronto a studiare con me luoghi e orari delle performance del Circo. Tale estrema cura e disponibilità mi ha permesso di sfruttare a pieno le caratteristiche del mio spettacolo in scatola, spostandolo di giorno in giorno e favorendo la visione per il pubblico del Festival così come per gli operatori professionali.
Ho potuto lavorare nello spazio di accoglienza delle Compagnie, nella Piazza principale di Charleville e nello spazio dedicato ai professionali, realizzando in pratica una mini-tournèe che ha trovato il suo giusto epilogo nel Forum, spazio piemontese del Festival. Questa rotazione mi ha messo in contatto con spettatori molto diversi gli uni dagli altri. Il pubblico di strada, avendo a disposizione un’enorme varietà di spettacoli, spesso ha un comportamento “mordi e fuggi”. Per rispondere a questo comportamento, la presenza dell’Imbonitore, qui in versione “butta dentro” si è rivelata ancora più preziosa. Viceversa, negli spazi protetti come quello di accoglienza o l’Espace Pro, vere e proprie stazioni di sosta nel via vai frenetico del Festival, il pubblico era più tranquillo e autonomo nel disporsi, mentalmente e fisicamente, allo spettacolo. In questi momenti ho potuto lasciare spazio a piccoli aneddoti sul Circo di Pulci, intrattendendo il pubblico, rispondendo alle molte curiosità e fornendo il materiale informativo agli operatori interessati. Infine, nel Forum ho trovato posto all’interno del coreografico giardino, accanto alla caffetteria, lavorando nell’intervallo fra uno spettacolo e l’altro dei miei colleghi piemontesi. Un altro ritmo ancora, una pausa di mente e spirito nella quale il mio piccolo Circo si inseriva, ne ho avuta chiara percezione, come un cadeau inaspettato, quasi parte del ristoro. Insomma, una settimana che dal punto di vista dell’adattabilità della mia proposta, è valsa come quattro o cinque festival. Vivere e lavorare in questo periodo a stretto contatto con le altre compagnie piemontesi, con luoghi e ritmi comuni, ha aumentato le occasioni di confronto reciproco, di commento sul proprio lavoro e quello altrui, di considerazioni sulla struttura e natura del Festival. Un progetto organico come quello piemontese presentato a Charleville propone ognuno di noi come parte di un tutto, valorizzando sia le rispettive individualità che l’ambiente comune da cui proveniamo e in cui operiamo. Inoltre siamo stati inseriti in un contesto che, con tutti gli aggiustamenti del caso, e in otto giorni ce ne sono stati, ci ha fatto sentire in varia misura protetti, riconosciuti e valorizzati.
Venendo da un’analoga esperienza, quella del Festival Chalons dans la Rue 2008, ho avuto modo di apprezzare nuovamente questa forma di accompagnamento fuori dalla realtà esclusivamente italiana. Così come è riconosciuta la necessità di sostegno alla produzione di nuovi spettacoli, analoga cura dovrebbe essere riservata anche per far prendere il volo a progetti già realizzati e rodati. In questo senso, persone competenti, a loro agio nelle realtà estere e interessate alla creazione di reti di comunicazione possono aiutare chi fa il mio mestiere a confrontarsi con diversi modi di scrivere, produrre e mettere in scena, nonchè di proporsi e inserirsi nel contesto dei Festival internazionali. Da soli la strada è molto più dura, alcuni la percorrono con successo, altri si perdono come pesciolini in un acquario troppo grosso. Per me la partecipazione al Festival di Charleville ha significato anche la rarissima possibilità di confrontarmi con compagnie che utilizzano la mia stessa tecnica teatrale. In Italia non ho altri esempi e le pochissime compagnie europee (ne conosco solo un paio in Francia) che lavorano in scatola per uno spettatore alla volta, raramente vengono nel nostro paese. A Charleville, viceversa, la delegazione del Brasile (paese d’origine della tecnica) era piuttosto nutrita, così ho potuto apprezzare, a volte più a volte meno, la messa in scena e la drammaturgia dei miei colleghi. Gli organizzatori e i direttori artistici (francesi, belgi, taiwanesi, brasiliani) con cui sono entrata in contatto hanno tutti dimostrato grande interesse e apprezzamento sia per la pregevolezza della scatola che per la completezza della mia proposta. Dopo la visione del micro spettacolo ho ricevuto da loro attestati di stima e complimenti, nonchè grande interesse per un lavoro così singolare, nel panorama delle tecniche solitamente proposte dalle compagnie italiane. Molti hanno chiesto e ottenuto il mio materiale e alcuni avevano già avuto cenni che mi riguardavano (dopo Chalon). Il contatto più importante è stato quello con la rappresentante UNIMA per il Sudamerica, una signora brasiliana molto colpita dalla mia scatola e dall’eleganza dello spettacolo che ho proposto. Ha fotografato tutto e raccolto informazioni, accennando alla possibilità che venga organizzata nuovamente, in Brasile, una Mostra/Rasssgna dedicata al Teatro in Scatola (esperienza già attuata alcuni anni fa). Nel caso il progetto andasse in porto, posso considerarmi invitata. Una soddisfazione notevole per me, dal momento che suona come un benevenuto in un mondo che io ho adottato, ma resta pur sempre il loro.
DOPO
E’ perfino banale sottolineare il peso, nel curriculum di un lavoratore del Teatro di Figura, della presenza nella sezione In del Festival Mondiale delle Marionette. Ne ho avuta chiara dimostrazione già in un paio di occasioni. Sono stata ricontattata da organizzatori (Francia e Belgio) che avevano già manifestato il loro interesse dopo Chalon e me l’hanno riconfermato, questa volta in termini più concreti, dopo Charleville. Inoltre, durante la partecipazione a un seminario di creazione in Belgio, al quale hanno preso parte artisti e organizzatori di tutta Europa, il valore dell’esperienza a Charleville è stato ampiamente riconosciuto e ha contribuito a liberarmi da una fastidiosa patina di provincialismo. Inoltre, per me prosegue e si struttura l’interesse verso un modo non solo di fare teatro, ma anche di collocarlo e contestualizzarlo. In particolare, il programma ampissimo del Festival ha calmato la mia sete di proposte di Teatro di Figura nei luoghi pubblici.
Sono tornata con l’estrema consapevolezza di quanto queste siano esperienze da raccontare e condividere, per amplificarne l’effetto e contribuire alla loro diffusione.


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