A strapiombo sul torrente Cervo, là ove il suo corso si apre intorno ad un affioramento roccioso – isola per tradizione legata alle condanne capitali, prima fra tutte quella della compagna di Fra Dolcino – l’architettura manchesteriana del Lanificio Pria ha dischiuso il suo cuore notturno: abbandonate da tempo cinghie e pulegge, nell’oggi è infatti la poesia ad arredare i suoi spazi. Venerdì e sabato sera è stata l’anteprima di Tripodi. 3 punti tra il cielo e la terra, a ridefinirne i confini.
Un incontro di arti e di spett-attori, sotto il volo di un’aquila dal becco di ghiaccio, che puntava in alto, all’infinito, verso una possibile meta. Uno spazio ridefinito da tripodi, rami triforcuti alchemicamente composti, capovolti verso la terra: legni recisi medicati da un dono dell’uomo, architetture che raccontano di uno spazio pregresso, che rimandano al cielo e diventano altro: una foresta sterminata e tagliente, capace di impedire a chiunque il passaggio; una grotta, una casa, un ventre materno teso a proteggere gli uni dagli altri; infine un abbraccio comune tra esseri umani dalle braccia possenti, fin dove l’aquila – volando più sopra del cielo e gli uomini, sprofondando sotto la crosta della terra – trovò il terzo punto, quello dei fratelli, quello comune. Il video racconta, intrecciando l’altrove con l’oggi, la musica è presenza viva, accompagna, descrive, punteggia, diventa danza tribale, il corpo danza tra quei tripodi accampati e solenni, corre tra quelle gambe sottili, sceglie per essi un tempo diverso: l’incontro è avvenuto.
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