
Una notte di maggio, ma forse era aprile, il padre di lei sta nascosto di dentro un barile. La moglie gli porta ricotta ed olive, ogni giorno gli dice se stare od uscire. Sulle colline si spara, si pulisce la rogna, si cercano gli ultimi da portare alla gogna. Lui lo cercano in tanti per via del mestiere che ha fatto con zelo, e anche un po’ di piacere. Dietro il bancone della farmacia in camice bianco dottore e anche spia: chi è partigiano, chi invece imboscato, chi tiene famiglia, chi va deportato, chè figlio di David, chè parla di Lenin. Chi fa borsa nera, che passi di qua, che la cassa s’ingrossa se c’è il podestà, che tiene la pancia, che tiene famiglia che tiene bisogno eieia allallà. Io ti faccio il favore, ti do il documento, il lasciapassare, il chinino, l’unguento, per poter scivolare tra le maglie, i controlli, per aver l’esenzione mi porti due polli, l’anello da sposo per avere il congedo, per chiudere un occhio, per dir me ne frego. A fare il fascista a fare il gerarca, si campa da Dio, ma si rovescia la barca. Non c’è più Benito, si aspetta tempesta, ma più fa rumore e più passa lesta. La bocca cucita, la camicia sbiadita, bisogna soltanto sapere aspettare, coi nuovi padroni trattare, blandire, saper conciliare. Si chiede perdono, si china la testa, si porta rispetto, si rialza la cresta. Poi una sera famiglia in stazione, il treno di notte, non c’è confusione, si portano in valigia l’oro e l’argento, un po’ di contanti che fanno da unguento. Si cambia un po’ aria, si riparte da capo, le mani più bianche il viso lavato. Qualche anno appartato, si compra e si tace, poi tutto d’un tratto si getta l’orbace, si esce puliti, signori per bene, scontata la colpa, estinte le pene. Si apre bottega, si cambia lavoro, si pensa alla pancia, si ostenta decoro. Domenica a messa, il bagno nel Po’, la gente che conta, la serva che non dice di no. Si pensa alla figlia da sistemare, a un tale stimato che la porti all’altare. Le cose passate si chiudono a chiave, con due paternoster e un pugno di ave. La sera si dorme tra quattro guanciali, ci si convince d’esser leali, si può persino far la morale, che c’è un’Italia da rilanciare. Perché un cavallo quando è donato non glielo chiedi se prima ha cagato, è grasso che cola, è il Pil che s’impenna, si vende e si compra, davvero una strenna. Si balla e si ride tutte le sere, si slarga la cinghia si gonfian le vele. (Davide Longo per Enrico Bonavera)
Tratto da Ballata di un amore italiano in cinque silenzi. I silenzio
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